Come nasce una foto #11: un ritratto (quasi) improvvisato a Pupi Avati

Come nasce una foto #11: un ritratto (quasi) improvvisato a Pupi Avati

pupi avati

Questo ritratto di Pupi Avati è stato eseguito in un piccolo set allestito a margine di un premio cinematografico, il regista era ospite d’onore. La persona mi ha sempre interessato per il suo lavoro e per i concetti espressi nelle interviste rilasciate con parsimonia.

Sono abbastanza stressato per gli scatti da eseguire: l’importanza del personaggio e il tempo limitatissimo a disposizione vanno spesso di pari passo e qui non c’è eccezione. Oltre ad Avati devo fotografare nella stessa sessione Ettore Scola, Guido Clericetti, Italo Moscati e Citto Maselli. Tempo concesso circa tre minuti a testa!

Avati è il secondo, subito dopo Scola che non è stato molto disponibile. Avati invece arriva allegro chiacchierando con alcuni amici: anziché rilassarmi mi preoccupo perché una persona in una simile situazione tende ad essere distratta e a scherzare con i presenti con il risultato di “concedere” solo una foto tessera o poco più.

Invece, parte subito quello stato di grazia che ti fa capire che stai per fare una buona foto. Do le poche indicazioni che sempre uso per questo tipo di ritratto e Avati presta la massima attenzione allo scatto pur rimanendo perfettamente a suo agio nonostante le persone intorno. Il set non è certo nel punto ideale: allestito in un angolo della hall del cinema, non gode della necessaria riservatezza, ma riusciamo a ritagliarci in ogni caso un attimo di concentrazione.

Gli scatti eseguiti non arrivano a dieci, questo è l’ultimo della serie. Come spesso accade in una seduta di ritratto le prime immagini sono le peggiori: il fotografo non ha ancora “messo a fuoco” il soggetto che a sua volta è teso per la seduta, anche quando il personaggio, come in questo caso, è ben abituato ad essere fotografato. Spesso si raggiungono i risultati migliori alla fine della seduta quando, come qui, il soggetto sente che sta finendo il suo impegno ufficiale e “abbassa la guardia”, regalando le espressioni più convincenti.

Quindi attento: quando stai fotografando una persona non perdere la concentrazione fino anche dopo la fine delle riprese, spesso quello è il momento migliore!

Faccio una battuta lamentandomi scherzosamente del set e Pupi Avati per un attimo sorride producendo quella smorfia con i denti che mordono il labbro inferiore. L’effetto imprevisto è quello di una forte sensazione di empatia tra soggetto -fotografo-osservatore del ritratto. Vediamo una persona in un attimo di confidenza e non un famoso personaggio pubblico: questo è ciò che mi attira in questo ritratto.

Dal punto di vista tecnico, il set è costituito da una sola luce alta e quasi frontale: l’ideale posizionamento avrebbe richiesto un leggero abbassamento del flash ( una torcia flash Hensel da 500 watt) perché la luce si riflettesse sulla pupilla, l’effetto è quello di una maggior luminosità dello sguardo, ma la fretta non mi ha permesso di ottimizzare il set per ognuno dei ritratti.

Il fondale è un telo grigio scuro sorretto da un’asta su due cavalletti: una quantità di attrezzatura minima che rende possibile a chiunque, con poca spesa, affrontare una situazione in location.

Il flash è sorretto da una giraffa Manfrotto con un softbox 100×150 cm (leggi il tutorial su cos’è e perché si usa). La posizione scelta influisce molto sulla resa psicologica del soggetto: se avessi spostato lateralmente il punto luce avrei ottenuto un luce più marcata ed una maggior drammatizzazione del volto.

Non è quel che cerco e la luce scelta ben si accorda all’espressione allegra del soggetto. Quando posso, tengo la distanza flash-volto più bassa possibile per avere maggior morbidezza sul volto: contrariamente a quanto verrebbe istintivo pensare, più il soft-box è vicino al volto, maggiore è la morbidezza della luce; la leggibilità dei particolari ne guadagna e i passaggi tonali sono migliori.

L’ottica usata è un 50 mm (Contax montato su Canon con un anello di raccordo ) diaframmato a f/2, appena sufficiente ad ottenere una ridottissima profondità di campo ma a lasciare ben nitidi occhi e barba del regista: se guardi bene la punta del naso è già fuori fuoco, ancor più lo sono capelli e fondale. Questo contribuisce a dare plasticità al volto.

Il taglio dell’inquadratura molto stretto è ulteriormente esasperato in post-produzione: così aumenta l’attenzione sullo sguardo e sulla smorfia che dà al volto una nota molto accattivante. Non avrei potuto avvicinarmi ulteriormente con un 50 mm perché l’ottica troppo corta avrebbe prodotto una evidente deformazione del volto. La scelta del bianco e nero serve anch’essa a togliere ogni distrazione e puntare tutto sulla semplice forza del volto.

Subito dopo questo scatto devo interrompere la seduta per dedicarmi agli altri personaggi e la cosa mi dispiace ancora. Raramente ho trovato sintonia in un ritratto come in questo caso: se pensi che, presentazione a parte, avremmo scambiato 5 parole, la cosa stupisce.

Soprattutto perché l’espressione non sembra tradire una posa professionale ma un vero momento di complicità all’interno di un evento ufficiale: come se il regista dicesse << ma sì, andiamocene al bar a bere qualcosa che anch’io non ne posso più! >>.

Hai mai provato quella sottile sensazione di soggezione davanti ad un soggetto che stai fotografando? La tensione che nasce, se ben incanalata, rafforza la comunicazione del ritratto eseguito: raccontaci quale strategia usi per uscire positivamente da questa situazione!

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