Come nasce una foto #5: Il mio primo scatto in grande formato – mareggiata a Camogli

Come nasce una foto #5: Il mio primo scatto in grande formato – mareggiata a Camogli

Sono molto affezionato a questa immagine: è piuttosto “antica”, forse del ’95, e mi ricorda i miei inizi. Come si vede dalla cornice si tratta di una  diapositiva 10×12 (4×5 pollici: ogni scatto si esegue su un singolo foglio di pellicola caricato in chassis a prova di luce) scattata con una Linhof Master Tecnika e l’originale è andato perduto: per fortuna fu scansionata per un lavoro mai  pubblicato e l’ho potuta inserire recentemente nel progetto di un volume sulle coste della Liguria. La macchina è ancora in ottime condizioni (ha lavorato anche la settimana scorsa e la uso per “curarmi” dalla frenesia degli scatti digitali!), qui era al suo primo giorno di lavoro, anzi al primo scatto. E unico, visto che poi il temporale non mi permise di scattare oltre.

Ero eccitatissimo da quel mezzo che mi faceva sentire un vero fotografo: l’avevo barattata (oltre ad un  lauto conguaglio!) con un enorme ingranditore Durst 20×25 mai usato (simile a questo!). All’epoca subivo il fascino della grande fotografia americana e Ansel Adams occupava tutti i miei pensieri. L’intonazione bluastra è dovuta alla pellicola usata: si tratta di una diapositiva Kodak da 64 iso per luce artificiale che mi era rimasta nello scambio: in vena di sperimentazioni e preso dalla fretta di provare non mi preoccupai neppure del fatto che fosse scaduta da un paio d’anni.

Il bello del lavoro con la pellicola è quel tempo di attesa che intercorre tra lo scatto e lo sviluppo: la mancanza del controllo immediato del risultato ti costringe a ragionare di più, sai che non tutto è rimediabile, la diapositiva è piuttosto critica con gli errori di esposizione. Inoltre una fotocamera di quella laboriosità ti fa guadagnare ogni scatto a prezzo di una certa fatica e di un metodo di lavoro delicato. Così i sensi sono all’erta ed entri in uno stato di concentrazione che aiuta lo sguardo a leggere il paesaggio.

Ho sempre avuto una certa rapidità di scelta nella composizione: appena sceso alla marina vidi quella terrazza che sporgeva sul mare permettendo una ripresa laterale del borgo. Inoltre la struttura non riceveva direttamente le grandi ondate e rimaneva abbastanza al riparo dal salmastro. Il cielo prometteva nulla di buono e bisognava essere molto veloci. Posizionato il cavalletto, subito messa in bolla la macchina e presa l’esposizione, feci un rapido calcolo semi-casuale sull’aggiustamento da dare per rimediare alla data di scadenza della pellicola superata di molto: ricordo che decisi di dare un intero diaframma di sovraesposizione rispetto alla lettura dell’esposimetro.

Scelsi di inquadrare meno borgo possibile e concentrarmi sulla punta del molo con la Chiesa quasi nell’acqua, un aspetto tipico dei borghi liguri: i campanili sembrano a volte prendere il posto del castello a difesa del paese, era lì da secoli proteso a ricevere per primo i colpi di mare. Ero attratto dall’uniformità dei toni di cielo e mare e dalla foschia che copriva le colline sullo sfondo. Mi piaceva molto la quasi totale assenza di colori saturi e decisi di cercare di rendere l’impressione percepita.

Prevedevo che le costruzioni sarebbero risaltate perché erano l’unico elemento colorato nel grigiore generale. La pellicola originale era molto più blu: la taratura per la luce al tungsteno sposta tutto lo spettro cromatico per compensare il giallo delle lampadine e sono intervenuto con Photoshop per eliminare in parte l’effetto. Ho comunque tenuto bassi contrasto e saturazione per non alterare la scena. E’ un buon equilibrio tra lavoro  analogico e digitale (intorno a questa foto ho avuto recentemente una grossa polemica su fb innescata da un lettore che asseriva fosse pesantemente ritoccata, purtroppo non riesco a recuperare il post. La prova a suo dire era che si leggevano nei dati exif le prove del passaggio in Ps… hai voglia di spiegare che una pellicola aveva bisogno di essere scansionata, ovviamente partendo da Ps, per entrare nel suo computer!!!).

Al ritiro della pellicola dal laboratorio rimasi molto felice: era il mio primo scatto, non solo era venuto qualcosa… ma l’immagine mi piaceva molto. Oggi si direbbe un’immagine con “acqua setosa” (qui un tutorial), un termine che non mi piace per nulla: non era un effetto cercato, l’esposizione di una decina di secondi fu obbligata per i soli 64 iso della pellicola e l’obbiettivo non certo luminoso. Ho lasciato la cornice del fotogramma per “dichiarare”  il tipo di pellicola e il rispetto della composizione iniziale.

Ad un’immagine del genere si potrebbero apportare numerosi “miglioramenti” ma non amo la post-produzione forzata: non deve diventare protagonista dell’immagine ma essere al servizio del nostro sguardo. Però: mi piacerebbe avere una lettura diversa di questa foto, è un ottimo esercizio per me e per chi legge… se hai voglia di provare, aspetto di commentare la tua versione. Raccontami se sei d’accordo con la mia interpretazione oppure come la vedrestu tu. 

PS: se non hai mai scattato su pellicola, ti consiglio caldamente di provare e di stare molto attento: è un’ottima scuola tecnica e mentale, ma è un procedimento molto pericoloso, può dare assuefazione e dipendenza grave!

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